sabato 28 novembre 2020

L’onirologo e la fabbrica dei sogni aperta una volta a settimana

Un racconto semiserio 

di ARTURO GUASTELLA 

Il carabiniere? 70. Se poi è a cavallo, il numero è 25. Il ladro, o’ mariuolo, fa, invece, 79, mentre il caciocavallo fa 88, la sciantosa 78. Le zitelle 66, e il quaquaraquà (l’ommo e m.) 71. Forse che al vostro cronista i fumi delle ciminiere del Golem siderurgico, e la paura del virus cinese, gli hanno talmente scombussolato i sentimenti (leggi raziocinio) che si è messo a dare i numeri? Tranquilli. Ancora i veleni industriali non sono riusciti a tanto, anche perché, mi piace pensarlo, a forza di inalarli, mi sono forse immunizzato, mentre, per il Covid, è difficile che il virus si arrampichi sul balcone di casa.
L’incipit numerologico, invece, è per raccontare ai più giovani che un tempo, in tutte le nostre città, ma proprio in tutte, paesi, borgate, rioni o casupole sparse che fossero, c’erano delle “bottegucce”, quasi sempre in penombra e male illuminate. Dietro ad un bancone, con carta e matita penzolante da un orecchio, sedeva un signore attempato (meglio se un po’ gobbo), o una signora, la quale non era difficile immaginarla con una scopa a svolazzare, la notte del 6 gennaio (l’Epifania), in prossimità della luna piena. La bottega, era, invece, un’autentica “fabbrica dei sogni”. Dove, cioè, si andava a chiedere il corrispettivo in numeri ai propri sogni, per giocarseli, poi, sulla ruota di Bari, di Palermo, di Venezia, o delle ruote che preferite, in ambi, terni, quaterne, o cinquine.

Insomma, una sorta di Artemidoro di Daldi, che, pur essendo anch’egli un greco di Efeso, non va confuso con il suo concittadino e coevo (II sec. avanti Cristo) Artemidoro, di professione geografo. Il nostro aveva scritto addirittura un trattato, Onirocriticon, sull’interpretazione dei sogni. E se il vostro modernismo vi fa volgere lo sguardo con sussiego alla storia dei vostri antenati, e siete appassionati di psicanalisi, bene, dietro al bancone della “putèa”, c’era nientemeno che il dottor Sigmund Freud, anch’egli appassionato di sogni. E se ancora non vi basta, e volete la scientificità a tutti costi, allora gli impiegati del botteghino del Lotto, erano niente di meno che ingegneri informatici. Possedevano uno straordinario “algoritmo” che trasformava, immediatamente, anche i sogni più complicati, in numeri da offrivi, poi, per le vostre giocate, sulla ruota di Palermo, di Napoli e sulla ruota che più vi aggrada.

Io, il vostro cronista, queste botteghe le ha viste. Non solo. Non raramente, gli era consentito di sedere in un angolo ed ascoltare l’oniro-interprete (il termine l’ho coniato all’occorrenza) spiegare pazientemente alla vedova che il “buonanima”, stavolta, aveva voluto farle un vero regalo e le aveva mandato un sogno completo, dove c’erano i numeri per un buon terno secco, «o, se potete, anche per una quaterna sulla ruota di Napoli». Ed allora, giù con la bella calligrafia di una volta, prendere la matita dall’orecchio e scrivere i numeri sulla schedina. Quando, e solo quando, il giocatore era convinto, allora lo “smorfiatore”, ricalcava, stavolta con la penna, i numeri sulla schedina.
Capitava talvolta − ed io ne sono stato testimone − che qualcuno cercava consigli dal paziente impiegato/a psicologo/a, per un sogno terribile foriero di disgrazie sicure, avendo, nel sogno, perduto un dente. La “cabala” lo indicava come la certa dipartita di un parente stretto. «Non è detto − rispose quella volta l’onirologo −; la cabala fa distinzione fra dente e dente, se è malato o se è sano, o se si tratta del dente di giudizio». E così venni a sapere che il canino fa 27, 90 il dente del giudizio e 55 i denti cariati. L’interpellante in questione aveva sognato la caduta di un dente, ma non sapeva quale, ed allora, immediatamente, l’algoritmo personificato gli suggerì un terno secco sulla ruota di Firenze (chissà perché): 50-73-84, con il primo numero ad indicare un dente generico, il 73 perché prima di cadere aveva dondolato, e l’ultimo numero perché il sogno era stato così vivido, che si era alzato con un forte mal di denti.
Inutile dirvi che il vostro cronista, senza dare nell’occhio, si precipitò in un altro botteghino (la ricevitoria era di là da venire), e si giocò i tre numeri. Solo che mi uscì un ambo...
Il discorso sulla “Cabala”, però, mi aveva interessato, anche perché, in famiglia, per lontana discendenza ebraica, il termine non era nuovo. Così compulsai − è il verbo adatto, perché i libri erano tanto voluminosi che il polso ne risentiva a reggerli − e venni a sapere che la Qabbalah era una complicatissima e difficile dottrina ebraica, con migliaia e migliaia di scritti cabalistici. Schematizzando al massimo, essi sono tutti tesi all’esegesi (interpretazione) della Torah, che sarebbe, poi, il Pentateuco.
C’è, nella Qabbalah, anche una parte dedicata all’interpretazione dei sogni, ma è così difficile che è meglio dimenticarsi il sogno. Tuttavia, forte di questa scoperta della qabbalah, non mi parve vero di accennarlo a mastro Aniello (questo il nome dell’onirologo); per essere napoletano era l’unico a poter smorfiare i sogni. «Ma che cabbala e cabbala − fu la sua sorprendente risposta −, la Smorfia viene da Morfeo, il Dio del sonno. Ed io, modestamente, insieme ai colleghi ne siamo i suoi sacerdoti». Voi che avreste fatto? Io mi sono fiondato in una ricevitoria (ma non vi dico quale) e mi sono giocato, su tutte le ruote, 22-71-45. Sacerdote, cioè, nume pagano e sonno agitato. Che è, poi, quello che farò se non esce il terno. ◆

Arturo Guastella, giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

venerdì 27 novembre 2020

La nuova Roma portoghese di Tiago Pinto e Fonseca: un mix di creatività e rigore

Il club giallorosso del magnate Dan Friedkin sa di giovane, dinamico e “green”. E la seconda gestione americana sembra partita molto meglio della prima. Se le cose non andranno bene, il trentaseienne general manager sarà l’ennesimo “fenomeno” tramutato in cantastorie, lo staff ambizioso in una costosa parata di scalda sedie

L’analisi

di  MARCO FILACCHIONE

Elegante, efficiente, e ultimamente anche vincente: al netto delle suggestioni che alimentano sempre i passaggi dal vecchio al nuovo, la Roma sembra entrata nell’era Friedkin con idee chiare e un look attraente. Il cambio della guardia è avvenuto soltanto tre mesi e mezzo fa, ma le differenze rispetto alla precedente gestione sono già evidenti. A cominciare dai proprietari, perché c’è modo e modo di essere americani. Pallotta si presentò nell’inverno romano buttandosi vestito nella piscina gelida di Trigoria: «So quanto siano pazzi i tifosi della Roma, ma voi non sapete quanto sono pazzo io», disse ai giornalisti attoniti. Friedkin ha scelto il profilo basso: poche parole, ma una presenza assidua e discreta nella vita quotidiana del club e della squadra.

Nelle scelte del nuovo management
, tutto sa di giovane, dinamico e “green”. Scelta emblematica, quella del nuovo general manager, che entrerà in scena da gennaio: il trentaseienne Tiago Pinto, laureato con tanto di Master, più che un guru alla Monchi è un organizzatore di risorse e funzioni. Il suo “ticket” con Fonseca rende la componente tecnica del club interamente portoghese, il che si traduce, da Mourinho in poi, in un mix di creatività e rigore. In più, nel Benfica Tiago Pinto si è mostrato particolarmente attento alla valorizzazione del vivaio, un settore a cui la nuova dirigenza giallorossa ha già mostrato di tenere moltissimo. Non a caso sta blindando con tempestivi rinnovi contrattuali i migliori talenti della Primavera di Alberto De Rossi, che hanno cominciato la stagione (attualmente interrotta per motivi sanitari) con sei vittorie su sei in campionato.

A proposito di dirigenti, si è parlato più volte nei giorni scorsi di un ritorno di Totti in organigramma. Il che sarebbe quasi normale: dopo aver lasciato la Roma per dissapori con la gestione Pallotta, il mito giallorosso sarebbe pronto a rientrare “a casa”. Ma attenzione: al di là delle celebrazioni e della sconfinata popolarità, una parte minoritaria ma robusta del tifo non è più incondizionatamente tottiana. La corrente critica è emersa già ai tempi delle frizioni con Spalletti, è cresciuta durante il periodo da dirigente e si è ulteriormente rafforzata dopo alcune uscite dell’ex Capitano sulla Roma attuale, sulle quali i tifosi, via social, si sono sempre divisi.
 
Il nodo Totti, del resto, non sembra la preoccupazione principale dei Friedkin
(padre e figlio) e del Ceo Fienga, che hanno cambiato rapidamente i vertici dell’organigramma giallorosso e inserito figure di rilievo. Come Stefano Scalera, vice capo di gabinetto del ministro delle Finanze, destinato nella Roma a occuparsi di relazioni con le istituzioni e con le banche. O come Francesco Pastorella, già attivo in ambito giallorosso con le iniziative benefiche della onlus “Roma Cares” e ora a capo del nuovo “Roma Department”, settore dedicato a curare il rapporto con la città e con i tifosi.

Il vento di novità ha attraversato perfino le strutture, presenti e future: il centro di Trigoria sarà curato con criteri ecosostenibili, riassunti in un bando di gara già in preparazione. Le ditte partecipanti dovranno garantire il lavoro esclusivamente attraverso mezzi elettrici. Quanto alla vexata quaestio del nuovo stadio, Dan e Ryan Friedkin non sembrano disposti a perdere altro tempo con l’area di Tor di Valle. Anche perché, in tempi di crescente smart working, il megaprogetto urbanistico che faceva gola a Pallotta sembra aver perso buona parte del suo appeal.

Insomma, la seconda gestione americana
nella storia della Roma sembra partita molto meglio della prima. Però parliamo di calcio, cioè della materia più volatile del mondo, dove tutto dipende sempre e comunque da un palo, da una papera del portiere, da un rigore dato o non dato. Cioè, tutto in fondo dipende dai risultati. Se le cose sul campo non andranno bene, Tiago Pinto sarà l’ennesimo “fenomeno” tramutato in cantastorie, lo staff ambizioso diverrà un’inutile e costosa parata di scalda sedie, le iniziative collaterali saranno derubricate a perdite di tempo. E Friedkin sarà l’ennesima illusione di grandezza.

Marco Filacchione, romano, classe 1963, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.

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Foto: sotto il titolo, Henrikh Mkhitaryan in azione; in alto, Dan Friedkin; al centro, Tiago Pinto, Paulo Fonseca e Francesco Totti; in basso, Dan e Bryan Friedkin

giovedì 26 novembre 2020

Nel centenario della nascita, Amália Rodrigues e l’Italia: “A una terra che amo”

Lettera da Lisbona

di FRANCISCO DE ALMEIDA DIAS

⚈ «Perché la Rodriguez?». La domanda, in caratteri cubitali, appariva in un giornale italiano nel gennaio del 1970. Sì: perché mai una cantante portoghese (alias, una “cantante di fado e di folclore spagnolo” annunciata nei cartelloni, così giustificando in parte la “Z” nel Rodriguez, come ibericamente hanno insistito graffarla) faceva impazzire gli italiani? Amália Rodrigues (1920-1999), nell’auge della sua bellezza e delle sue capacità vocali, dopo averci cantato saltuariamente negli anni ‘50 e ’60, iniziava, con quei “Lunedì al Sistina” di Franco Fontana, un rapporto di vera e duratura passione con l’Italia. Da lì a poco registrerà “A una terra che amo”, avendo confessato più volte che questo era, in verità, il suo paese del cuore, anche se alla Francia doveva l’inizio del suo successo internazionale.

La stessa domanda l’ho rivolta a Frederico Santiago, lo studioso che, con una cura filologica non comune nell’ambito della musica popolare, coordina da anni, per la casa discografica Valentim de Carvalho, l’edizione critica di tutta l’opera della cantante. Correggere sbagli troppe volte ripetuti riguardanti autori e cronologia, sfatare miti maliziosamente tramandati, fare una ricerca storica per capire con esattezza il fenomeno Amália nel mondo e nel suo paese; ecco questo lavoro include, per parlare solo dell’Italia, la pubblicazione nel 2017 di vari brani inediti dell’inizio degli anni Settanta e il disco “Amália in teatro”, registrato dal vivo a Roma nel ’76, mai uscito in Portogallo.
Amália è stata «uno degli ultimi grandi fenomeni vocali della musica detta leggera», ci dice Fredrigo Santiago, e questo giustifica in parte, secondo lui, la follia che ha generato il suo passaggio per l’Italia, «paese», aggiunge, «dove la voce è sempre stata predominante, anche in ambito lirico». Terra, dunque, particolarmente sensibile alla vocalità della fadista e al modo straordinario come lei la sapeva usare; legata al Mediterraneo oltre che al Portogallo, in un modo ondeggiante, quasi islamico, di cantare, con probabili origini a Beira Baixa, nel centro interiore del paese, luogo delle sue origini famigliari. «Lei è ocra», colore caldo, mediterraneo, italiano, per l’appunto.
Questo è l’anno del centenario della nascita di Amalia. E, tale come è successo con Pessoa, ma per fortuna un po’ prima rispetto ai quarant’anni e passa che il poeta ha dovuto aspettare dopo la morte, la cantante comincia finalmente a essere riconosciuta per quello che è stata: la protagonista unica del grande rinnovamento della canzone nazionale portoghese. È lei che adotta il nero assoluto dei vestiti di scena, così come è lei a far diventare il fado una disciplina internazionale, grazie anche alla versatilità che ha saputo imprimere al repertorio dei suoi recital per il mondo, includendone folclore portoghese e musiche del canzoniere internazionale, per la quale è stata duramente criticata all’epoca.
Ed è stata ancora lei a compiere una vera e propria rivoluzione poetica, cantando i poeti della sua lingua, classici e contemporanei, a mo’ di fado, in un fraseggio musicale fatto con una cura quasi lirica, motivo del suo successo in ambienti classici, come al Lincoln Center o al Festival di Edimburgo, dove viene presentata come “mezzo soprano”. Inaugurata da poco, una mostra documentale alla Biblioteca Nazionale di Lisbona mette in risalto questo rapporto tra Amália e la grande poesia portoghese.
A causa del Covid-19 altre mostre per celebrare la fadista (al Museo del Fado, al Museo del Teatro e al Pantheon Nazionale) sono state rinviate al 2021. Nel frattempo, una intensa attività editoriale include As sílabas de Amália, omaggio del poeta Manuel Alegre all’interprete del suo “Trova do Vento que Passa”, Amália, Ditadura e Revolução, del giornalista Miguel Carvalho, smontando il mito che legava l’artista alla Dittatura di Salazar e Amália nas Suas Palavras, la trascrizione dalle interviste fattele da Manuel da Fonseca nel 1973, con vista alla scrittura di una precoce biografia, che non aveva mai visto la luce. ◆

Francisco de Almeida Dias, laureato in Storia, indirizzo Arte, presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Lisbona, ha conseguito dottorato in Letterature Comparate presso Università degli Studi Roma Tre. Collaboratore dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma - Ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede, dove ricopre più ruoli interessandosi di diverse attività negli ambiti della biblioteca, dell'archivio storico, dei corsi di portoghese e della galleria d’arte nonché  nell'organizzazione di eventi. I suoi studi di natura storica, storico-artistica e culturale sulla presenza del Portogallo a Roma e in Italia vengono pubblicati in vari articoli di carattere scientifico e condivisi in conferenze e seminari. Cultore della materia presso la Cattedra José Saramago dell’Università degli Studi Roma Tre e docente di Lingua, Traduzione e Letteratura portoghesi presso il DISTU dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. Per il suo contributo alla diffusione della cultura lusofona e per lo studio della storia del Portogallo in Italia vince nel 2017 il premio speciale della Giuria, nella V edizione del Premio Quaderni Ibero Americani e il Franz Cuomo International Award.

mercoledì 25 novembre 2020

Donne e violenza subita: «al tempo del Covid è più difficile dirsi addio»

Il virus è stato un moltiplicatore delle prevaricazioni in casa: il 70 per cento superiore allo stesso periodo del 2019, sulle donne e sui minori. Con la pandemia sono saltati matrimoni, progetti di vita e rapporti. «Oltre all’emergenza sanitaria ed economica c’è oggi un’emergenza familiare», spiega a Italia Libera l’avvocato Ettore Gassani, presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani

di ANNA MARIA SERSALE 

Ai tempi del Covid aumenta la violenza contro le donne. Sono 91 le vittime di omicidio nei primi dieci mesi del 2020. Una ogni tre giorni. Il dato è contenuto nel rapporto Eures sul femminicidio in Italia presentato in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, che si celebra ogni 25 novembre. E c’è un altro dato agghiacciante rilevato dall’Istat: il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di violenza. Violenza contro le donne che si consuma in mille modi e forme, dalle minacce e dalle aggressioni verbali e fisiche ai gesti e ai comportamenti subdoli e discriminatori anche nel mondo del lavoro. La cultura della parità nel nostro Paese è ancora debole.  

Il Covid ha peggiorato la situazione. A cominciare dalla crisi dei rapporti fra le mura domestiche. Moltissimi matrimoni non sono sopravvissuti alla quarantena e alle paure. C’è un boom di separazioni. Sono esplosi i litigi, la conflittualità è stata esacerbata dalla pandemia, non c’era più la routine a nascondere i problemi. Al crollo psicologico del rapporto hanno contribuito l’insicurezza provocata dal virus, la precarietà economica e la convivenza “forzata” sotto lo stesso tetto, passata a contendersi gli spazi per lo smart working o per qualche momento di libertà personale.  

La crisi non ha riguardato solo matrimoni già logori. Nei mesi più difficili molte coppie hanno scoperto un vuoto affettivo e un improvviso senso di solitudine ed estraneità nei confronti del partner. Sono venute a galla verità taciute da tempo. Risultato: il Covid, l’isolamento sociale e il venir meno di una rete di relazioni hanno innescato un boom di separazioni, oltre a un allarmante aumento delle violenze contro le donne. «Le separazioni sono cresciute del 30 per cento − spiega Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani −. Sono aumentate in modo esponenziale anche le violenze contro le donne e sui minori, si stima il 70 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Il virus ha avuto un effetto moltiplicatore. Sono saltati matrimoni, progetti di vita, rapporti. Dietro ai numeri si nascondono realtà complicatissime, violenze e guerre infinite. Oltre all’emergenza sanitaria ed economica c’è un’emergenza familiare. E in certe condizioni è complicato trovare qualsiasi accordo».  

Al tempo del Covid è più difficile dirsi addio? «Certo − sottolinea Gassani −. I tribunali erano chiusi, ma i nostri studi erano aperti. In alcuni casi gravi di violenza sono dovuto intervenire di persona. Ho dovuto inventare un nuovo modo di fare l’avvocato. Non potevo telefonare per non creare sospetti, alcune donne le ho incontrate davanti al supermercato o in un parcheggio. Purtroppo la recente riforma del “codice rosso” è insufficiente, la legge non basta, non si riesce neppure a sentire la persona offesa entro i tre giorni previsti. Per combattere questo fenomeno occorre una nuova cultura sociale, un linguaggio nuovo, in televisione, sui giornali, negli atti giudiziari. Non deve essere una battaglia di genere, ma la battaglia di tutti». 

Abbiamo abrogato il delitto d’onore dal codice penale, ma non lo abbiamo abrogato dalla cultura di molti uomini, che hanno ancora il senso del possesso, della donna-oggetto, frutto di una sottocultura. Continua Gassani: «I Centri antiviolenza, per esempio, sono importantissimi; tuttavia non hanno sostegni economici adeguati. Molti chiudono. E le donne non denunciano, perché non si sentono protette e perché non hanno fiducia nel sistema. Basti pensare che il 54 per cento delle donne assassinate in Italia aveva sporto denuncia. Ciò significa che la denuncia in molti casi si trasforma in una condanna a morte per la vittima». 

Violenza psicologica, verbale, fisica, comportamenti svalutativi, minacce, stupri, umiliazioni. Gli abusi hanno mille facce. Fino ad arrivare al femminicidio. «Proprio così − conclude l’avvocato Gassani −; per affrontare questo dramma bisogna cominciare dai banchi di scuola, cambiare le favole: basta con Biancaneve e Cenerentola, basta con le immagini di una donna soggetta ad un uomo. Dobbiamo costruire una cultura diversa, fondata sulla parità effettiva e sul rispetto della libertà dell’altro». Dei problemi legati alle separazioni e alle violenze l’avvocato Gassani ha parlato anche nel suo ultimo libro “La guerra dei Rossi”", Diarkos editore, in libreria dalla prossima settimana.

Anna Maria Sersale, giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.

Il tè del giovedì nell’Ospedale della Misericordia. Una esperienza-pilota di medicina del territorio in Emilia oggi in pericolo

È stato costruito da Federico dei Rossi dopo la peste del 1630. Quattro secoli di onorato servizio, riconvertito dodici anni fa in una casa per la salute della comunità di San Secondo Parmense. Ha retto bene anche la prima ondata del Covid 19 ma la struttura-modello viene ora fagocitata dalla nuova peste del terzo millennio. Con una decisione miope imposta dall’alto

di PAOLO SCARPA
 
⚈ Nel 1630 l’Europa si trova nel pieno della peste. Da un primo focolaio individuato dai medici nel mercatino di Markt Platz a Lindau in bassa Baviera, il morbo ha iniziato subdolamente a viaggiare, veicolato dalle milizie impegnate nella guerra dei Trent’anni, fino a che l’epidemia esplode a Milano, da cui si diffonde in tutta Italia. Manzoni studiò i testi originali di quegli anni e li rielaborò, raccontando un 1630 di caccia all’untore, onnipotenti Tribunali della Sanità, Lazzaretti, moti di piazza, autocrati impegnati a reprimere e a confinare, senza sapere curare, con la povera gente disperata tra paure convergenti di malattia e miseria. Manzoni raccontò il Seicento per parlare della propria epoca. Oggi sappiamo che parlò anche della nostra.

Inizia da lontano, proprio in quel 1630 la storia della Casa della salute di San Secondo, cittadina della bassa padana tra Parma e Piacenza. Signore del posto è Federico dei Rossi, erede di una famiglia vicina agli Sforza e ai Gonzaga, imparentato persino con il Cardinale Borromeo. Federico, di fronte alla peste, decide la costruzione di un Ospedale della Misericordia per malati e bisognosi, che verrà ultimato solo qualche decennio dopo la sua morte e ancora oggi si conserva come un piccolo gioiello di architettura ospedaliera del tardo seicento.

A partire dal Settecento l’ospedale svolge con continuità la propria funzione, adattandosi ai tempi, senza stravolgere l’organismo edilizio originario, con reparti di medicina, chirurgia, ambulatori. Poi, dal 2002, le esigenze di accorpamento portano a dismettere via via i vari reparti, decretandone la fine. Rimane l’edificio, la sua architettura, rimangono alcuni ambulatori medici, ma l’ospedale è ormai una scatola vuota.

Nel 2008 si apre una nuova prospettiva: dare vita all’interno dell’antico ospedale a un esperimento pilota di presidio medico territoriale, una “Casa della Salute”, con un “Ospedale di comunità” dove “casa” evoca accoglienza e per “comunità” (olivettiana) si sottintende partecipazione, condivisione, solidarietà. L’Azienda sanitaria locale ci crede e inizia così l’esperienza: Paolo Maria Rodelli viene chiamato a coordinare un gruppo di cinque medici di base, che si costituiscono in una “medicina di gruppo” (evoluzione della figura del medico di famiglia che opera in forma singola), integrata con servizi di medicina specialistica e l’Ospedale di comunità, capace di lavorare h 24, sette giorni su sette, con una trentina di letti destinati a ricoveri residenziali (patologie minori, patologie croniche). Si apre in parallelo una collaborazione continuativa con la Jefferson University di Philadelphia che approfondisce l’esperienza come caso di studio.

La Casa della Salute diventa così un riferimento per la comunità, coinvolge nelle proprie attività le associazioni di volontariato, promuove divulgazione scientifica e culturale, con i “Tè del giovedì”, conversazioni molto british, davanti a tè e pasticcini, nell’antica biblioteca dell’Ospedale. Solo il Covid è riuscito mandare a monte questo appuntamento.

A dodici anni dalla sua inaugurazione, gli operatori, anche quelli estranei all’esperienza, sembrano concordi in un giudizio positivo sulla Casa: gli effetti tangibili sono stati la diminuzione del numero di ricoveri, l’alleggerimento della spesa per le prescrizioni farmacologiche e soprattutto una migliore assistenza generale per le persone. Si è invece interrotta la collaborazione con la Jefferson University e, parlando con gli addetti del settore, si percepisce un maggiore irrigidimento burocratico dei meccanismi relazionali interni. Ma, pur se qualcosa dell’entusiasmo iniziale si è probabilmente smarrito, la Casa di San Secondo conserva consenso.

Nel 2020 la prima ondata pandemica di Covid19 colpisce anche questa parte d’Italia; tra marzo e aprile a Parma e Piacenza muoiono circa 2.000 persone (963 decessi per Covid a Piacenza e 920 a Parma). Le Aziende provinciali territoriali vanno in crisi. L’Azienda Sanitaria di Parma viene persino commissariata senza tante spiegazioni, alla fine di marzo, in piena pandemia. Solo il 15 agosto la stessa Azienda renderà noto che la contabilità dei morti Covid a Parma a maggio era sbagliata, e erano sfuggiti 120 decessi, poi riconteggiati. Eppure, anche nel marasma della prima ondata, le attività dell’Ospedale di comunità e della Casa della Salute di San Secondo rimangono sempre rispettate, preservandone la piena funzionalità.

Con la seconda ondata di ottobre-novembre
, che sino ad oggi nell’Emilia occidentale è stata decisamente meno impattante, l’Azienda sanitaria provinciale di Parma decide invece di utilizzare tutto l’ospedale di comunità di San Secondo, sottraendolo all’uso per cui è sorto, destinandolo integralmente a degenza di malati non gravi Covid qui trasferiti da altri ospedali. Di fronte a una decisione d’imperio, la comunità locale non gradisce, la Giunta comunale insorge per una scelta che mutila la Casa della salute per un periodo indefinito. È necessario questo sacrificio, dal momento che con la prima ondata se ne è potuto fare a meno?

Il paradosso è che l’ospedale nato nel 1630 per fare fronte alla peste, convertito quattro secoli dopo con straordinaria capacità di innovazione in una casa aperta per la salute di un’intera comunità, viene ora fagocitato dalla nuova peste del terzo millennio per decisioni imposte dall’alto. L’esperienza della Casa di San Secondo non si interrompe certamente qui, la medicina di gruppo e i servizi specialistici vanno avanti, anche se alla Casa è stato sottratto l’Ospedale di Comunità. 

Resta soprattutto intatta tutta l’importanza di un presidio di sanità territoriale pubblica di qualità. Piuttosto che annichilito, dovrebbe semmai essere ulteriormente aiutato e lasciato libero di crescere: è la lezione prima che abbiamo imparato in questi mesi orribili. L’atto compiuto dalla Asl di Parma sulla struttura-modello di San Secondo è molto grave. E, praticamente, smantella una delle esperienze più innovative e più utili per “ricostruire” a livello territoriale la medicina di base distrutta da Maroni Bobo & C. Ci pensi seriamente anche Bonaccini e magari qualche altro. 

L’Ospedale di comunità di San Secondo, il modello emiliano e il primato del pubblico sul privato

(Pa.Sca.) − Il contesto politico, in cui nasce l’esperimento pilota di San Secondo del 2008, è quello della Regione Emilia Romagna di centro sinistra presieduta da Vasco Errani, la cui narrazione ha come propria cifra distintiva il primato del pubblico rispetto al privato. Il modello emiliano viene contrapposto idealmente a quello lombardo di Formigoni e al suo liberismo imperfetto. Nelle gestioni politiche successive esso tenderà a contaminarsi, a seguito di sistematiche esternalizzazioni e convenzioni, con privati e con la cooperazione, diventando di fatto meno distinguibile rispetto a quello lombardo, senza peraltro disporre delle medesime eccellenze ospedaliere. 

Ma nel 2008 quel modello figurava ancora culturalmente solido. Assessore alla sanità era Giovanni Bissoni, architetto romagnolo di Cesenatico, che poi diventerà manager del sistema sanitario (lavorerà in seguito tra l’altro per la Regione Lazio, per l’Autorità nazionale sui farmaci). Bissoni nel 2010 istituzionalizzerà il concetto di casa della Casa della Salute, promuovendone l’apertura in tutta la regione.
Le sue linee guida sono una traccia precisa, quasi pignola su come debbano essere organizzate. A fianco di indicazioni che regolano persino la cartellonistica interna, i principi istitutivi della Casa della salute sono declinati approfonditamente, pensando alla Casa come luogo di integrazione tra cura, prevenzione, società, volontariato, informazione dei cittadini.

Le case della salute nascono prevalentemente su iniziativa delle aziende locali. Fanno molta più fatica i progetti promossi “dal basso” di medicina di gruppo che pure esistono e premono per il proprio riconoscimento, che non sia solo formale e di facciata. La paura di perdere il controllo politico delle operazioni sembra ancora più forte della volontà di innovazione. Oggi le case della salute costituiscono l’ossatura del sistema sanitario territoriale regionale per i cosiddetti nuclei di cura primaria (piccoli sistemi territoriali, interni alle città o formati da più comuni). In tutta la regione ne funzionano 120, che impegnano a tempo pieno 500 Medici di medicina generale, oltre a circa mille operatori sanitari.

Paolo Scarpa, ingegnere, laureato all’Università di Genova nel 1983, vive e lavora a Parma. Si dedica all’analisi della città e del governo del territorio, ha diretto sino al 2017 l’associazione culturale “Il Borgo”, con cui ha coordinato vari studi in collaborazione con l’Università di Parma e ha dato vita nel 2014 a una scuola di politica per giovani, tutt’ora attiva. È stato editorialista della rivista “il Nuovo di Parma” dal 2010 al 2013, ha pubblicato articoli di urbanistica su “il manifesto” e “il Giornale dell’Architettura”. Pubblicazioni (curatore, autore): Città e comunità, contributi per un futuro sostenibile, pubblicazioni il Borgo, anno 2011; Una gestione sostenibile dei rifiuti (autori vari, curatore ed autore), pubblicazioni Il Borgo 2013; Viaggio in Italia (curatore G. Bevilacqua, autore capitolo su Parma), 2017, Edizioni Il Manifesto; Laboratorio Emilia (studi per l’Area vasta), anno 2016 pubblicazioni il Borgo; Ripensare la Giustizia, via per il bene comune (co-autore) Edizioni Comunione e Diritto anno 2016

martedì 24 novembre 2020

«Metalmezzadri» prima, disoccupati poi: la parabola dei lavoratori di Taranto all’ombra dell’immenso opificio siderurgico

Le donne di Ferrandina, Salandra, Pomarico e Matera avrebbero dovuto sostituire gli scialli neri della miseria con i camici bianchi dell’industria chimica. Ventimila lavoratori, espulsi da edilizia e agricoltura, avrebbero trovato lavoro nel centro siderurgico più grande d’Europa. Non è andata così: neppure una parola sulle ricadute nocive per la salute umana e per l’ambiente in una città, alla fin fine, «industrializzata senza industrie»

Una storia accantonata  

di ARTURO GUASTELLA

In quegli anni ’60  e nei i primi due anni del decennio successivo, sembrava davvero che le province di Taranto e Brindisi, e la zona ionica della provincia di Matera, potessero diventare una sorta di  Silicon Valley nostrana. Con la prospettiva che il Polo Siderurgico di Taranto e il Polo Chimico di Brindisi e di Pisticci avrebbero potuto dare una significativa svolta industriale a questo lembo del Meridione. E una trasformazione epocale non solo economica, ma anche sociale, culturale e finanche urbanistica per le popolazioni e i centri interessati. 

Finalmente − si diceva − le donne di Ferrandina, di Salandra, di Pomarico e della stessa Matera, avrebbero potuto sostituire i loro scialli neri, con i camici bianchi dell’industria chimica di base, mentre i circa ventimila lavoratori espulsi, nella provincia ionica, dall’agricoltura e dall’edilizia, avrebbero potuto trovare collocazione, sia pure a livello di bassa manovalanza, nell’immenso opificio siderurgico. E, in realtà, la progettazione del IV Centro Siderurgico di Taranto, oltre a quella squisitamente industriale, aveva pianificato anche lo sviluppo urbanistico della città affidato a Giovanni Astengo, un vero maestro dell’urbanistica avanzata, e quello economico a Giorgio Fuà.

Nel progetto dell’urbanista piemontese, si prevedeva una «triangolazione dentro il territorio cittadino, che irrobustisse la Taranto esistente, senza congestionarla, e, contemporaneamente, irrobustisse i centri viciniori, come Grottaglie e Massafra». Il progetto economico di Giorgio Fuà prevedeva, a sua volta, che l’insediamento del siderurgico avrebbe potuto risolvere la «patologica dipendenza di Taranto dal settore militare, le cui vicende avevano determinato, in passato, la crescita disarmonica e a sbalzi dell’economia cittadina, con le sue crisi ricorrenti dovute agli appalti altalenanti all’interno dell’Arsenale Militare».

In tutte queste progettazioni, neanche un rigo per l’impatto ambientale e per le possibili ricadute nocive sulla salute pubblica e sul territorio dall’insediamento di così pesanti industrie di base. Così, sono stati spiantati centinaia di ettari di uliveto, abbattendo, in un colpo, la viticoltura in quella zona, che era fiorente. E non basta. Le idrovore dell’industria dell’acciaio hanno portato quasi all’estinzione l’ombroso Galeso, la cui foce è nel Mar piccolo. Un fiume, famoso nell’antichità romana, cantato da poeti come Orazio, Virgilio, Properzio e Marziale.

Come aveva avvertito uno dei progettisti − il tarantino Nicola Mignogna l’opificio lo avrebbe voluto lontano dalla città, nei pressi del fiume Tara −, un simile stabilimento avrebbe potuto essere costruito solo sulla luna. Questo è vero. Ed è altrettanto vero che la fabbrica dell’acciaio portò un certo benessere, sia pure soltanto sotto l’aspetto economico. Difatti, fece aumentare il reddito globale, nel decennio 1960-70, del ben 273,6%, che è quasi il doppio di quello dell’intero paese (+136,3%).

Tuttavia, già da allora, apparve chiaro che l’acciaieria avrebbe fatalmente portato ad una “diseconomia”. Nel senso, cioè, che i benefici economici più appariscenti, negli anni, avrebbero comportato danni ben più rilevanti al territorio tarantino nel suo complesso e, quindi, alla sua economia. Quasi del tutto fallito fu, poi, il progetto di un indotto. Per la mancanza di cultura industriale dell’imprenditoria locale, ma anche per l’oggettiva carenza di strutture viarie e ferroviarie. Destinando, così, il porto mercantile ad una esclusiva stazione carbonifera dell’opificio. Insomma, una Taranto industrializzata, senza aver mai potuto diventare industriale.

Il raddoppio del polo siderurgico (1972-74) ha fatto il resto, in termini di deturpazione ambientale e del paesaggio, ma, soprattutto, per la salute dei tarantini.  Un gruppo di magistrati, gli allora pretori Franco Sebastio, Franco Ippolito, Pasquale Maiorano e il barese, Gianfranco Amendola, cercarono di arginare, con qualche iniziativa giudiziaria, lo scempio ambientale e sanitario prevedibili. Furono sdegnosamente zittiti da una cultura operaistica che avrebbe barattato qualunque cosa per un posto di lavoro. La salute? Certo, anche la salute. Ai più, sembrava che il fumo delle ciminiere, le polveri dei parchi minerali e della Cementir, o i cattivi odori dei depositi dell’Agip, fossero segnali di prosperità e di progresso. C’è, poi, voluto tutto il coraggio di una giovane e tostissima giudice, Patrizia Todisco, per far scoppiare il bubbone. Del quale non si intravede, però, ancora un soddisfacente drenaggio.

Le donne di Salandra, di Ferrandina, di Pisticci, di Grottole o di Matera − dopo anni e anni di cassa integrazione dall’ormai defunto Polo Chimico, che hanno causato, per depressione, non pochi suicidi − ora sono tornate a coprirsi con gli scialli neri. E un’altra illusione pervade quella che il poeta Rocco Scotellaro, chiamava «la zona grigia del risveglio contadino», il sogno del petrolio in Basilicata. Un Centro Oli, sconfinato, che sta alterando profondamente la natura dei luoghi. Se qualcuno è interessato, è il momento di farsi avanti.

Arturo Guastella, giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”. 

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Foto: sotto il titolo, operaio davanti nell’altoforno [credit Uliano Lucas]

lunedì 23 novembre 2020

Cartolina illustrata

Trump, tecnica del colpo di stato

Fallito il piano A e il piano B, è già pronto il piano C, il più cupo e pericoloso: scatenare violenze di piazza e invocare l’Insurrection Act del 1807. Ai suoi sostenitori armati lo ha già detto: «Stand down and stand by», «Pronti ad intervenire». A quel punto può mandare l’esercito e federalizzare la guardia nazionale. È una possibilità concreta?

L
’analisi

di STEFANO RIZZO

Siamo abituati ai colpi di stato che si verificano periodicamente in varie parti del mondo. Volta dopo volta, dopo un’elezione che è andata male, l’uomo forte al potere decide che l’elezione non è valida: ci sono stati brogli senza i quali lui avrebbe sicuramente vinto. E allora si proclama vincitore. Se gli oppositori protestano chiama in piazza i suoi sostenitori; ne seguono scontri, anche violenti. Lui allora chiama la polizia, l’esercito: si spara, si bastona, si arresta. In nome della sicurezza nazionale il potente di turno viene confermato, magari da qualche tribunale compiacente, e lui continua a governare − fino alle prossime elezioni, se ci saranno. 

Questo è successo e succederà molte volte, ma mai negli Stati Uniti d’America, un paese che si è sempre vantato (giustamente) di essere capace di effettuare ogni quattro anni una pacifica transizione del potere. Non questa volta. L’ha annunciato lo stesso Trump in campagna elettorale: «Se perderò sarà soltanto perché ci sono stati dei brogli». Subito dopo le elezioni ha lanciato schiere di avvocati, capeggiati da Rudolph Giuliani, per denunciare brogli e furti di schede inesistenti. Il risultato, fino ad oggi, è che tutte le denunce sono state archiviate dai giudici, anche quelli federali e perfino quelli nominati da Trump. 

Quello era il piano A, che però è fallito. Allora è passato al piano B ed è roba di questi giorni, anzi ore. Avvicinandosi la scadenza (l’8 dicembre) in cui i governatori degli Stati dovranno comunicare al Congresso i nomi dei grandi elettori designati in base ai risultati elettorali, Trump prima ha iniziato a fare pressioni sui funzionari di Contea perché non certifichino i risultati del voto. Ha convocato quelli repubblicani del Michigan (dove ha vinto Biden), che però hanno dichiarato che si atterranno alla volontà popolare espressa nelle urne. Poi si è rivolto ai governatori stessi degli Stati più in bilico perché sovvertano il risultato delle urne. Anche questo lo aveva annunciato in campagna elettorale quando disse: «Vinceremo di sicuro, ma se vorranno impedircelo andremo fino in fondo alla Corte suprema e al Congresso». 

La Corte suprema difficilmente potrà o vorrà occuparsi della questione dopo le pronunce unanimi delle corti inferiori. Resta il Congresso, perché è il Congresso che proclama il presidente sulla base del voto espresso dai grandi elettori in ciascuno Stato e trasmesso per iscritto dal governatore dello Stato unitamente all’elenco dei grandi elettori. Ora, il governatore se non è d’accordo con la lista di grandi elettori risultante dalle elezioni (perché ad esempio ritiene che vi siano stati brogli) può designare una sua lista e trasmetterle entrambe al Congresso lasciando che sia la Camera dei rappresentanti a decidere quale sia quella valida.  

Tutto risolto quindi dal momento che la Camera avrà (questo è sicuro) una maggioranza democratica? Affatto, perché la Costituzione prevede che il voto avvenga per Stati in cui ogni Stato ha un voto, e poiché i repubblicani controllano 26 Stati contro i 24 dei democratici (il Distretto di Columbia non può votare) vincerebbe Trump. Quali potrebbero essere gli Stati candidati a portare avanti questa losca operazione? L’Arizona e la Georgia che hanno governatori e parlamenti repubblicani e che, secondo gli astutissimi consiglieri di Trump, potrebbero rovesciare il voto popolare dandogli la maggioranza dei grandi elettori, che verrebbe poi sancita dalla Camera. 

Se anche il piano B fallisse (ed è probabile che fallisca) c’è sempre il piano C, il più cupo e pericoloso. Anche questo Trump l’ha adombrato quando, rifiutandosi di condannare le violenze delle milizie armate di suoi sostenitori − i 3Percenters, i Proud Boys, i Wolverines, e altri − ha detto loro, come fosse il loro capo militare: «Stand down and stand by». Liberamente tradotto: state fermi per adesso, ma tenetevi pronti a intervenire. Pronti a cosa? Se la situazione dovesse trascinarsi aumentando l’incertezza, lo sgomento e la rabbia dei cittadini di ambo i fronti, è probabile che vi siano manifestazioni e contro manifestazioni, ed è probabilissimo che diventino violente. A questo punto entrerebbero in gioco le milizie armate “trumpiane” per aumentare la violenza. Il terrificante scenario C − che non è fantasia da film distopico, ma una concreta possibilità − vedrebbe bande armate scorrazzare per le città, saccheggiare, distruggere, uccidere. Il presidente invocherebbe allora l’Insurrection Act del 1807 che gli dà il potere di fare intervenire l’esercito e federalizzare la guardia nazionale, e il gioco è fatto. 

Intanto Trump ha già incominciato a parlare di un terzo mandato…

Stefano Rizzo, giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. È autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017) [foto di Oliviero Toscano]

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Foto: sotto il titolo, Trump asserragliato alla Casa Bianca [credit Getty images]; al centro, Rudolph Giuliani e Donald Trump davanti a Washington [credit Getty images] e il certificato di un rappresentante di lista del Partito repubblicano; in basso, milizie armate pro Trump a Portland [credit Corriere della Sera]

domenica 22 novembre 2020

Caltagirone e la Roma, ciao core!


Urge banca genetica dell’Ursus arctos marsicanus: prima che sia troppo tardi

Con decine di orsi marsicani catturati, manipolati e rilasciati non si riesce a raccogliere e conservare materiale genetico. Se a rischio ci fosse la stabilità del Colosseo, del Duomo di Milano o di Rialto, il Paese si mobiliterebbe. Eppure, sono tutti “valori” paragonabili a quello della specie animale più carismatica del patrimonio faunistico italiano. Dal 2018 un documentato check up del Wwf giace nei cassetti del ministero dell’Ambiente

L’analisi

di GIORGIO BOSCAGLI, Società italiana per la storia della fauna

Ci siamo diffusi, nella prima parte di questo articolo, sugli orsi problematici e sulle esigenze di dissuasione degli esemplari troppo confidenti. Ragioniamo, ora, su come mettere mano, prima che sia troppo tardi, alla banca genetica dell’orso marsicano. È questo il tema-principe che mi ha spinto a scrivere. Sull’Ursus arctos marsicanus sono state realizzate ricerche che prevedono catture e manipolazioni da almeno trent’anni e fino ad oggi. Praticamente senza interruzione. Ad adiuvandum, al Centro Visite di Pescasseroli e in altre Aree faunistiche del Parco sono vissuti in cattività, per diversi anni, alcuni esemplari recuperati (cuccioli) malridotti in natura, sia maschi che femmine (https://www.notizienazionali.it/notizie/attualita/9452/morto-lorso-sandrino-simbolo-del-parco-nazionale-dabruzzo). 

Ricordo con lucida chiarezza – inizio anni ’90, all’epoca biologo-ispettore di sorveglianza del Parco – gli scambi di idee sull’argomento che si infrangevano contro le difficoltà economiche e l’incertezza di un supporto ministeriale. Ministero dell’Ambiente a sua volta afflitto dall’avvicendamento continuo di titolari. Quindi grandi difficoltà ad aver garantito in modo stabile il sostegno politico-economico degli organi centrali per un’avventura così affascinante e difficile. Ma possibile che ad oggi, 2020, trent’anni dopo, con decine e decine di orsi marsicani catturati, manipolati e rilasciati, e con le competenze tecnico-scientifiche oggi disponibili, non si riesca a pianificare raccolta e conservazione di materiale genomico della specie-simbolo della fauna italica? Così da costituire una sorta di assicurazione sul futuro laddove la situazione dell’orso marsicano dovesse avvicinarsi all’“allarme acuto”? Appare inverosimile.

La Società Italiana per la Storia della Fauna (che ho co-fondata assieme a pochi altri forsennati) lanciò nel 2013 una ipotesi di lavoro – reiterata più volte nel tempo in varie sedi – affinché l’argomento “banca genetica” venisse almeno preso in considerazione (https://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/una-banca-del-genoma-per-lorso-marsicano-come-preservare-un-patrimonio-genetico-unico-al-mondo/). Ma la proposta deve aver dato fastidio a consolidate posizioni accademiche e nomenklature para-accademiche. E il Parco d’Abruzzo, reso partecipe, non ebbe il coraggio di abbracciarla facendone un cavallo di battaglia come avevamo sperato. Il ministero per l’Ambiente era …in letargo!

Veniamo, dunque, alle considerazioni conclusive. Gli argomenti che abbiamo toccato hanno un minimo comun denominatore: la politica e le risorse economiche che ruotano attorno ai Parchi appenninici. Dove qualunque operazione di sostegno alla popolazione di Ursus arctos marsicanus dovrebbe svilupparsi. La domanda delle cento pistole è: “ce la faremo?”  

Partiamo dagli orsi problematici: se si riuscisse ad ampliare, con un grande (grande!) impegno organizzativo e finanziario, gli sforzi per la costituzione di molte (molte!) fonti alimentari orso-friendly diffuse − in modo strategicamente pianificato, distanti dai centri abitati − con ogni probabilità la frequentazione dei paesi tornerebbe ad essere episodica. Alcune private Associazioni hanno già sviluppato localmente queste iniziative e gliene va reso merito, ma è evidente che programmi del genere devono articolarsi su scale territorialmente ben più vaste e durature nel tempo. Nella logica del “prevenire meglio che curare”. Altrimenti chi convince orsi affamati a tenersi lontani dalle stimolanti fonti alimentari che si concentrano nell’immediato circondario e dentro i paesi? https://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2017/07/30/un-orso-marsicano-entra-di-notte-in-una-casa-dellaquila-catturato-la-famiglia-e-salva/

Anche il tema “banca genetica prima che sia troppo tardi” è sicuramente urgente per la conservazione nel lontano futuro. E da mantenere del tutto indipendente dagli sforzi che si devono continuare a fare per garantire agli orsi un habitat degno (per loro) di essere vissuto. Ma certamente sarebbe impensabile tentare recuperi in extremis (speriamo mai!) in assenza di una banca genetica già pienamente operativa e con la maggiore diversità genomica possibile.

Sono, queste, riflessioni da cittadino di un Paese di ricca cultura umanistica e povera cultura naturalistica: se ad essere posta in discussione invece che la sopravvivenza dell’orso marsicano fosse la stabilità del Colosseo o del Duomo di Milano, oppure del Ponte di Rialto – tutti “valori” paragonabili a quello della specie animale più carismatica del patrimonio faunistico italiano – probabilmente vedremmo mobilitare il Paese. Abbiamo un quadro politico, a livello sia locale (Parchi) che centrale, in grado di garantire tutto questo? 

Se la risposta fosse (come credo) “No”, allora si dovrà lavorare affinché questo venga a costituirsi. Una domanda da ex-direttore di parchi appenninici e attento osservatore della loro gestione: quale percentuale dei bilanci dei Parchi viene destinata al management della conservazione, in particolare dell’orso? Da un esame di questi strumenti di programmazione finanziaria rapportati alla mission dei parchi questa percentuale appare risibile. 

Il Wwf Italia presentò al ministro per l’Ambiente (nel 2018), un documentato check up sui Parchi italiani (https://www.wwfroma.it/aggiornamenti-dal-wwf-roma/411-il-wwf-illustra-il-check-up-dei-parchi-nazionali-alla-presenza-del-ministro-costa). Ne emerse con assoluta chiarezza l’esigenza di un forte e circostanziato indirizzo che il ministero dovrebbe dare agli Enti Parco circa la costruzione dei bilanci. In particolare, riguardo alla percentuale di spesa che dovrebbe essere destinata alle attività – vere! – di conservazione e ripristino degli equilibri ecologici. Può sembrare la scoperta dell’acqua calda? Eppure, incredibilmente, questo indirizzo nella nostra normativa non esiste. Come neppure esiste quello sulle competenze professionali che dovrebbero essere obbligatorie negli staff degli Enti Parco.

(2 - Fine; la prima parte è stata pubblicata domenica 15 novembre)

Giorgio Boscagli, Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma nel 1978, da sempre si occupa di studi e ricerche su comportamento, ecologia, problemi di gestione e conservazione mammiferi carnivori: lupo degli appennini e orso bruno marsicano. Ha elaborato e applicato al territorio italiano il wolf-howling, per la stima delle popolazioni di lupi. Nella vasta pubblicistica ha contribuito alla realizzazione di film, documentari, e monografie; tra queste “Nidi e Tane” per Longanesi, “Il Lupo”, per Lorenzini, “L’Orso”, sempre per Lorenzini e numerose altre pubblicazioni. È stato, fra l’altro, ispettore di sorveglianza al Parco nazionale d’Abruzzo, direttore del Parco regionale Sirente-Verino, poi del Parco nazionale Foreste Casentinesi. Si occupa, inoltre, di Formazione professionale nel campo del monitoraggio faunistico di campo, nonché di organizzazione e gestione strutture e personale di sorveglianza su ambienti naturali.

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Foto: sotto il titolo, mamma orsa e i suoi cuccioli; al centro, l’orsa Amarena si arrampica su un albero di mele a San Sebastiano dei Marsi [credit Mancori]